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Patto mafia-camorra per la truffa dell'Iva: 11 arresti

2025-06-25 06:37

Francesca Magrì

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Patto mafia-camorra per la truffa dell'Iva: 11 arresti

Indagini tra Milano e Palermo NOMI-VIDEO

PALERMO

- Investigatori del Servizio Centrale Operativo, della Sisco e della squadra mobile di Palermo, insieme al nucleo Pef della guardia di finanza di Varese, hanno arrestato 11 persone nell'ambito di una indagine degli uffici di Milano e Palermo della Procura Europea (Eppo). Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere transnazionale finalizzata al 'lavaggio' dell'Iva intracomunitaria, al riciclaggio, al reimpiego e all'autoriciclaggio. I reati sono aggravati dal favoreggiamento alla camorra e della mafia. L'inchiesta è la prosecuzione delle attività d'indagine che, il 14 novembre scorso, portarono a 47 arresti e che disarticolarono una organizzazione transnazionale che operava in Italia, Spagna, Svizzera, Singapore ed Emirati Arabi Uniti. Allora fu disposto un sequestro preventivo di beni mobili e immobili per un valore superiore ai 650 milioni di euro.

In quella circostanza si era reso irreperibile un cittadino belga ritenuto al vertice dell'organizzazione criminale. L'uomo era finito in manette dopo sei mesi di latitanza, lo scorso 26 maggio, all'aeroporto di Milano Malpensa dopo essere arrivato con un volo dall'Albania. L'attività degli investigatori non si è però fermata e, grazie all'analisi del materiale documentale e dei dispositivi elettronici e informatici sequestrati e alle dichiarazioni di alcuni indagati, è stato possibile confermare il quadro accusatorio delineato e svelare i rapporti tra gli indagati e i clan camorristici Nuvoletta di Marano di Napoli e Di Lauro di Scampia. Tra i destinatari della misura, nove sono stati rintracciati nelle province di Napoli, Ascoli Piceno e Roma, mentre a carico di due persone, localizzate negli Emirati Arabi Uniti e in particolare a Dubai, l'autorità giudiziaria ha emesso un mandato di arresto europeo. Sono tuttora in corso perquisizioni nelle province di Napoli, Ascoli Piceno e Roma. Il clan camorristico Nuvoletta si spartiva il business delle false fatturazioni con un'altra storica cosca della camorra, i Licciardi della Masseria Cardone. "Il cinquanta percento è il nostro... e il cinquanta percento è loro", si sente in una intercettazione. "Mo 'stanno gli ex parenti tuoi.. .poi stanno questi di qua... e la Masseria e adesso ci sarà all'incontro! Se vieni domani, perché l'incontro è domani sera", si ascolta in un'altra. "Le conversazioni riportate - scrive il gip - hanno inequivocabilmente disvelato come il business delle false fatturazioni fosse gestito dai sodali nell'interesse (anche) dei fratelli Giovanni e Lorenzo Nuvoletta ai quali si doveva puntualmente rendere conto". "Lui mi ha detto comunque che deve riferire sopra... deve dire tutto quello che guadagno io ", diceva uno degli indagati. Nonostante la detenzione, Lorenzo Nuvoletta veniva costantemente informato. Una mano agli investigatori l'hanno data anche diversi 'pentiti'. Come Stefano Alchieri, che faceva parte di una delle associazioni e perciò era a conoscenza di dettagli messi a disposizione degli inquirenti per interpretare la documentazione sequestrata e ricostruire alcune catene del riciclaggio del denaro sporco incassato. Alchieri non è l'unico indagato ad aver scelto di collaborare con i magistrati della Procura europea. Una scelta, quella dei 'pentiti', che non è piaciuta a mafia e camorra, coinvolte nell'inchiesta. "Il possesso di armi da fuoco da parte di alcuni capi (come Ballaera e Lo Manto) e la disinvoltura con cui si è fatto ricorso a tecniche di intimidazione tipicamente diffuse negli ambienti criminali più strutturati e violenti (come l'organizzazione di spedizioni punitive), può considerarsi assai elevato il rischio che gli indagati, laddove lasciati liberi, possano ricorrere a tutti gli strumenti di persuasione che possiedono per far ritrattare, ai dichiaranti che hanno deciso di collaborare", ha scritto il gip. "L'amico nostro... con lui che andava a prendere la figlia... - si sente in una intercettazione - l'hanno avvicinato... gli hanno detto comunque... guarda che stai tenendo soldi e merce di persone che non sono tuoi... se non vuoi aver problemi... cerca di fare quello che devi... sennò purtroppo dovremo... E dice che ha detto 'sì sì...'". Nonostante gli arresti, i sequestri e le indagini in corso, le associazioni criminali coinvolte e, con loro, gli imprenditori che sfruttano il sistema, invece di fermarsi, scrive il gip, "si sono prodigate per rendere ancora più sofisticato il procedimento di elusione dell'IVA e assicurazione dei proventi illeciti, coinvolgendo imprese conduit di altri Paesi europei, adottando cautele (come dotarsi di sistemi di comunicazione criptati e utilizzare società con sede in Paesi extra Ue per convogliare i profitti illeciti), prezzolando soggetti in grado di acquisire e rivelare notizie investigative ancora coperte da segreto e reclutando professionisti (legali e commercialisti) per assistere i singoli associati in caso di necessità". Le frodi, concentrate nelle vendite di materiale elettronico, venivano realizzate sfruttando il regime di non imponibilità ai fini Iva previsto per le operazioni commerciali intracomunitarie, inserendo in un'operazione tra imprese di Paesi diversi un soggetto economico fittizio, la cosiddetta "cartiera" (o società fantasma), che acquistava la merce dal fornitore comunitario senza l'applicazione dell'Iva per poi rivenderla a un'impresa nazionale (anch'essa coinvolta) con l'applicazione dell'Iva ordinaria italiana. E in questa fase si realizzava la condotta fraudolenta, in quanto la società "cartiera", invece di vendere la merce maggiorata del proprio utile e versare l'Iva incassata dalla sua cessione, la vendeva sottocosto senza versare all'Erario l'imposta indicata nella relativa fattura. Il danno per l'Unione europea era costituito dall'Iva indicata nelle fatture emesse dalle "cartiere", che avevano acquistato la merce senza applicare l'imposta e che la collocavano sul mercato nazionale applicandola invece al compratore, senza però versarla all'Erario, ma ripartendola tra i complici che facevano guadagni enormi. Le mafie, entrate a far parte della frode fornendo provviste finanziarie e riciclando così il denaro sporco intascato con altre attività criminali, lucravano con pochi sforzi. Sono enormi i guadagni ottenuti dalla maxievasione Iva. "Le indagini - scrive ancora il gip - cristallizzano una situazione tutt'ora in atto, che prosegue da anni e che spesso costituisce la sola (o comunque la principale) fonte di reddito degli indagati, che traggono guadagni impensabili laddove le imprese da loro di fatto amministrate dovessero operare nella legalità. I danni complessivi per l'Erario (derivanti dall'Iva evasa, così come quantificata dagli inquirenti) sono enormi, oltre ai riflessi dirompenti per la concorrenza e per l'incolumità pubblica stessa (visto il coinvolgimento della camorra e della mafia). Alcuni indagati sono poi gravemente indiziati per reati commessi con il metodo mafioso o, comunque, con la finalità di agevolare associazioni di stampo mafioso, di cui curano gli interessi economici e per conto delle quali reinvestono e riciclano i proventi illeciti". Queste le persone arrestate: Vittorio Felaco, Simone Liparulo, Cosimo e Gennaro Marullo, Angelo Miccoli, Massimiliano Noviello, Giovanni e Lorenzo Nuvoletta, Luigi Oliva, Vincenzo Perillo. Ai domiciliari è finito invece Salvatore Grillo.


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