L’epatocarcinoma è il più frequente tumore primitivo del fegato ed è la terza causa di decesso per malattia oncologica nel mondo, dopo il tumore del polmone e del colon. In Italia, nel 2023, ultimi dati disponibili, si sono registrate circa 12 mila diagnosi (soprattutto negli uomini) e nel 75-85% dei casi si è trattato di un epatocarcinoma. Una volta era considerata una malattia che colpiva principalmente le persone anziane con epatite o dipendenza da alcol, oggi, invece, il tumore al fegato viene sempre più spesso diagnosticato a persone tra i 30 e i 40 anni d’età. Questo cambiamento è stato analizzato da un articolo pubblicato sulla rivista The Lancet che lo collega ad un aumento dell’obesità e delle patologie epatiche correlate, come la steatosi epatica associata a disfunzione metabolica. Il rapporto prevede che il numero di nuovi casi di cancro al fegato in tutto il mondo passerà da 870.000 nel 2022 a 1,52 milioni entro il 2050, mentre i decessi annuali dovuti a questa malattia sono destinati ad aumentare da 760.000 a 1,37 milioni nello stesso periodo. Sotto accusa viene quindi messa la steatosi associata a disfunzione metabolica e mentre si prevede che la percentuale di tumori al fegato associati a questo disturbo raddoppierà o più, passando dal 5% nel 2022 all’11% nel 2050, al contrario il numero di casi legati a quella che era la causa più comune di questo tumore, il virus dell’epatite B, è destinato a diminuire. Allo stesso modo diminuiranno i casi causati dal virus dell’epatite C. E nello specifico, entro il 2050 oltre un quinto dei casi di cancro al fegato sarà causato dall’alcol. Il team di ricercatori di Hong Kong che ha pubblicato l’articolo ha evidenziato che il 60 per cento dei casi di questa malattia mortale è però prevenibile. Innanzitutto è necessario per la steatosi epatica non alcolica, seguire una dieta equilibrata, essere fisicamente attivi e perdere peso. “Il cancro al fegato è un problema sanitario in crescita in tutto il mondo – scrivono gli scienziati - è uno dei tumori più difficili da curare, con tassi di sopravvivenza a cinque anni che vanno dal 5 al 30 per cento circa ma la popolazione ha un’enorme opportunità di intervenire su questi fattori di rischio”. La Sicilia è stata tra le prime regioni italiane a costituire la Rete per la cura del tumore del fegato, con centri principali (hub) e secondari (spoke). Tra i centri hub, il Policlinico di Palermo segue ogni anno circa 150 casi di tumore del fegato, mentre i casi discussi dal suo team multidisciplinare sono circa 180, e i tempi per ricevere la diagnosi si attestano tra i 15 e i 20 giorni. La presenza attiva di un team multidisciplinare, che comprenda patologi, chirurghi, oncologi, radiologi clinici dedicati, radiologi interventisti ed altri specialisti e la gestione esperta da parte dell’epatologo sono elementi essenziali perché si tratta di un tumore che si sviluppa su un organo già danneggiato dalla cirrosi nella quasi totalità dei casi. Inoltre il tumore del fegato non dà segni di sé fino agli stadi avanzati, il che complica la diagnosi precoce: solo 3-4 casi su 10 vengono scoperti quando il tumore è in stadio iniziale.

































