CATANIA - Nella notte gli agenti della squadra mobile di Catania e del commissariato di Adrano hanno arrestato 14 persone per associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, estorsione, detenzione abusiva di armi, ricettazione, tutti reati commessi per agevolare il clan Scalisi di Adrano. I provvedimenti si aggiungono ai fermi eseguiti nei giorni precedenti a carico di 10 persone appartenenti allo stesso gruppo criminale. Tra gli indagati alcuni erano già detenuti e comunicavano dal carcere attraverso telefoni.
La polizia è riuscita a scongiurare il piano di omicidio progettato dall'attuale reggente della famiglia mafiosa, Pietro Lucifora, per ragioni legate all’uccisione del figlio 17enne Nicolò Alfio maturata in contesti estranei alla criminalità organizzata. Il ragazzo è stato colpito a coltellate la notte del 20 aprile scorso a Francofonte nel corso di una violenta rissa tra giovani. Il boss era fortemente determinato a vendicarlo e aveva pianificato di uccidere tutti i responsabili negli ultimi giorni di settembre, servendosi di un commando proveniente da Chieti. "Io devo acchiappare a tutti in un colpo...", vado dove giocano al calcetto, "una motocicletta e bum bum li levo", diceva Pietro Lucifora, parlando con la sua convivente. Il gip di Catania, Simona Ragazzi, nelle oltre 520 pagine dell'ordinanza, sottolinea che l'intenzione del boss "era quella di 'prenderli tutti insieme'", ossia "uccidere contestualmente" tutti i "soggetti coinvolti", tanto da "voler provocare una strage". Il nucleo familiare si stava adoperando per confezionare una finta divisa da carabiniere da utilizzare durante l’agguato. Lucifora si sarebbe creato un alibi andando in Abruzzo in occasione delle nozze dello zio, Pietro Schilirò. Il gruppo di fuoco sarebbe partito da Chieti, dove lo zio gli avrebbe fornito un furgone senza Gps, per non essere tracciati, e forse anche le armi, con cui il boss e i suoi sodali avrebbero potuto "verosimilmente scendere da Chieti in Sicilia, commettere la strage e risalire a Chieti", lasciando i loro cellulari nella città abruzzese per "precostituirsi un alibi e poter dimostrare che durante le fasi dell'omicidio si trovavano in quella città, ospite dei parenti complici e consapevoli, procurandosi nuove schede per poter parlare durante le fasi dell'omicidio". Per rendere ancora più credibile l'alibi, il reggente della cosca e i suoi complici "sarebbero stati pronti a dichiarare, qualora fosse necessario in un interrogatorio, che a Chieti Lucifora aveva un'amante, circostanza non veritiera", e per renderla credibile stavano iniziando a mandarsi "messaggi concordati tra i telefoni dei due falsi amanti". Il piano sarebbe stato realizzato con il supporto del fratello Mario. Sull'uso dei telefonini da parte dei detenuti, in conferenza il procuratore etneo Francesco Curcio ha mostrato grande amarezza: "Il nostro sistema carcerario è indifeso rispetto alle penetrazioni di cellulari. Probabilmente a livello più elevato del nostro deve porsi il problema di schermare nel modo più opportuno gli ambienti penitenziari. Se all'interno del carcere il telefonino non può essere usato perché l'ambiente è schermato il problema si risolve. La pena deve rieducare, benissimo, ma come li rieduchiamo se continuano a delinquere nel carcere? Tutto questo vanifica le indagini: si lavora per anni, si fanno processi che costano milioni di euro, il sudore dei magistrati e della polizia giudiziaria, e poi chi viene condannato continua a fare quello che faceva prima". Per l’operazione sono stati impiegati oltre 150 agenti tra Catania, Napoli, Caserta, Nuoro, Sassari, Pavia, Siracusa, Udine, Taranto e Chieti. In casa del reggente del clan stati trovati circa 550 grammi di cocaina. Questi i nomi degli arrestati:































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