Il radon è un gas nobile radioattivo naturale. È invisibile, inodore, incolore e insapore ed è un prodotto intermedio del decadimento di elementi radioattivi che si trovano nel suolo, nell’acqua e nei materiali da costruzione. Poiché è un gas, il radon può facilmente uscire e accumularsi nell’aria, all’aperto si diluisce e si disperde, ma all’interno, in ambienti confinati, si concentra soprattutto quando la ventilazione degli edifici non è sufficiente.
Il maggior contributo alla concentrazione di radon indoor proviene dal suolo, dal quale penetra all’interno degli edifici. Se inalato, i suoi prodotti di decadimento possono accumularsi sulle cellule dell’epitelio bronchiale e possono dare origine a processi di cancerogenesi. Il radon è stato classificato, infatti, dall’Organizzazione mondiale della sanità nel Gruppo 1 delle sostanze cancerogene per le quali vi è la massima evidenza di cancerogenicità.
La concentrazione di attività del radon nell’aria è misurata in Becquerel per metro cubo (Bq/ m3), che corrisponde a un decadimento radioattivo al secondo in un metro cubo d’aria. Studi scientifici hanno dimostrato che esiste una correlazione statistica tra la concentrazione di radon in aria e il rischio di tumore ai polmoni e che questo rischio aumenta di circa il 16% per ogni 100 Bq/m3 di incremento di concentrazione media di radon, rispetto al rischio medio statistico di tumore al polmone.
Se poi si è sottoposti ad altri fattori cancerogeni, quali ad esempio il fumo di sigaretta, il rischio aumenta ulteriormente. In Italia la concentrazione media di radon negli edifici è tra i 70 e i 75 Bq/m3, ma è una vecchia indagine nazionale risalente al 1989-1994. In basso la grafica ufficiale diffusa dal ministero dell’Ambiente che descrive le vie di ingresso del radon negli edifici.

Si inserisce in questo studio il progetto Kakeni che prevede l’avvio di attività di ricerca sul campo, con prelievi ematici su 25 volontari residenti nell’area etnea e l’installazione di alcuni piccoli strumenti a emissioni zero per analizzare l’aria. Il progetto prevede la collaborazione tra l’Università di Catania e quella giapponese di Hirosaki ed è stata presentata al Policlinico “Rodolico-San Marco” con i rappresentanti delle due istituzioni. Il monitoraggio consentirà di valutare l’impatto del gas radon sulla popolazione locale e sul territorio.
Erano presenti il commissario Santonocito, il rettore Ishibashi con una delegazione dell’ateneo giapponese tra cui l’ortopedico Yasuyuki Ishibashi e il chirurgo gastroenterologo Kenichi Hakamada, e una delegazione di docenti dell’ateneo nipponico. A rappresentare la parte italiana erano presenti il direttore dell’Unità operativa complessa di Radiologia del Policlinico “Rodolico”, Antonello Basile, la referente per l’internazionalizzazione aziendale, Rosalia Ragusa, il direttore del Dipartimento di Chirurgia generale e specialità medico-chirurgiche, Pierfrancesco Veroux e, in rappresentanza del rettore dell’Università di Catania, Enrico Foti, la delegata all’internazionalizzazione, Alessandra Ragusa.
L’esposizione al radon è percepita molto meno come un problema rispetto ad altri fattori di rischio, quali ad esempio l’esposizione ai campi elettromagnetici ed è per questo largamente sottovalutata.



























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