PALERMO - C'è l'indagine sulle infiltrazioni mafiose nel mondo degli appalti dietro le stragi del '92. Ne sono convinti i pm di Caltanissetta che seppure in una richiesta di archiviazione depositata al gip alla vigilia dell'audizione del procuratore Salvo De Luca in Antimafia, rilanciano la pista del dossier mafia-appalti come movente degli attentati a Giovanni Falcone, e alla moglie Francesca Morvillo, a Paolo Borsellino e agli agenti delle scorte.
L'istanza di archiviare il fascicolo a carico di ignoti dunque è solo un fatto tecnico perché i magistrati nisseni - lo ripetono più volte nelle 380 pagine mandate al giudice delle indagini preliminari - su cosa abbia portato all'uccisione dei due colleghi hanno le idee chiare. Sia Falcone che Borsellino avevano intuito che Cosa nostra, attraverso imprese amiche, voleva partecipare al 'banchetto' dei lavori pubblici: per questo sarebbero stati ammazzati e per questo l'indagine sulle infiltrazioni mafiose negli appalti sarebbe stata insabbiata.
Sì, perché secondo De Luca e i suoi per anni sull'informativa del Ros e sugli input dei magistrati di Massa Carrara sugli interessi dei boss nelle commesse e sul coinvolgimento dell'imprenditore Antonino Buscemi e del Gruppo Ferruzzi, fino al 1997, sarebbe stato fatto poco o nulla. I pm parlano di false indagini, piene di anomalie e puntano il dito contro due ex colleghi, Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli, entrambi indagati per favoreggiamento alla mafia (il fascicolo a loro carico, a differenza di quello a carico di ignoti, è ancora aperto) e sull'ex capo della Procura Pietro Giammanco, nel frattempo deceduto.
"Non diciamo che anche il magistrato migliore non possa fare errori - ha detto De Luca -. Il punto è che in tutta questa vicenda ci troviamo di fronte a pm di eccezionale livello professionale, ma tutti gli errori vanno nella stessa direzione e cioè verso l'impunità di Buscemi e dei vertici di Ferruzzi che operavano in Sicilia".
Il magistrato è arrivato a definire 'apparente' l'inchiesta condotta da Natoli parlando di un fascicolo inspiegabilmente tenuto segreto anche ai vertici dell'ufficio inquirente, di deleghe inspiegabilmente assegnate alla Finanza e non al Ros, di intercettazioni ignorate che avrebbero potuto portare a importanti piste investigative, di bobine di intercettazioni smagnetizzate e di "patto implicito per non fare indagini".
Quanto alle dichiarazioni difensive rese in più sedi da Natoli, De Luca non ha dubbi: sarebbero inattendibili e concordate con l'ex collega, ora senatore del M5s, Roberto Scarpinato, che è tra i commissari dell'Antimafia. La risposta di Scarpinato arriva a stretto giro: "La maggioranza di centrodestra e il procuratore di Caltanissetta De Luca hanno stravolto il ruolo della commissione Antimafia, trasformandola in un luogo in cui svolgere processi paralleli al di fuori delle aule di giustizia, senza il vaglio preventivo di alcun giudice e senza le garanzie minime di contraddittorio per indagati che, in totale spregio della presunzione di innocenza, vengono additati alla pubblica opinione come colpevoli di fatti gravissimi, cogliendo l'occasione per tentare di screditare altri magistrati mai indagati".
Nella richiesta di archiviazione la Procura nissena parla anche del motivo per cui i tempi della strage di via D'Amelio sarebbero stati accelerati: Borsellino era "un autorevolissimo testimone, l'unico che sarebbe stato, probabilmente, in grado di rivelare elementi di fondamentale importanza per la ricostruzione della strage di Capaci o, quanto meno, per indirizzarne le indagini".
Ma in questa che tutto è tranne che la fine di una inchiesta i magistrati lasciano spazio anche ad altre piste, non escludendo che dietro agli attentati ci fossero anche settori istituzionali deviati, massoneria e soggetti che avevano propri interessi alla eliminazione dei due giudici. Anche su questo le indagini andranno avanti.
































