PALERMO - La Digos ha scoperto un'organizzata rete di assenteisti all'interno di una società partecipata del Comune di Palermo, la Reset, che si occupa, tra l'altro, di pulizia delle spiagge e del verde pubblico. Nove dipendenti sono stati raggiunti dall’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria: sono accusati di truffa aggravata in concorso e peculato.
Gli indagati si assentevano dal lavoro grazie a sistematiche false attestazioni, con l'aiuto di colleghi compiacenti. Particolarmente grave il comportamento di uno di loro, in quanto rappresentante sindacale e capo squadra, il quale si dedicava sistematicamente alle proprie faccende private durante l’orario di servizio, avvalendosi impropriamente dell’auto della società.
Questi i dipendenti Reset accusati di assenteismo: Antonino Mercante, Baldassare e Salvatore Basile, Maurizio Giuliano, Giosuè Leto, Roberto Massaro, Domenico Musacchia, Matteo Orlando, Giuseppe Santonocito.
Sono una cinquantina gli episodi contestati dai pm agli indagati. Tra loro c'era chi durante l'orario di lavoro andava a fare la spesa con la moglie, chi semplicemente tornava a casa, chi andava dal barbiere, chi al bar. Nessuno ovviamente sapeva che la Digos indagava da mesi.
L'indagine nasce dalla denuncia presentata alla Digos dal presidente della Reset, Fabrizio Pandolfo. Dalla visione delle telecamere di sorveglianza installate nella sede della società in viale Strasburgo, gli investigatori hanno visto uno dei dipendenti indagati, Giuseppe Santonocito, coprire la fotocellula del cancello con un guanto per non farlo richiudere e uscire con l'auto di servizio. L'impiegato è stato immortalato mentre timbrava il badge di una serie di colleghi attestandone la presenza al lavoro.
La Digos ha allora piazzato telecamere e effettuato pedinamenti e servizi di osservazioni scoprendo, scrive il gip, "un fenomeno di assenteismo ben strutturato e reiterato, attuato mediante sistematiche condotte di falsa attestazione della presenza in servizio, rese possibili dall'impiego distorto dei meccanismi di rilevazione delle presenze, nonché dall'apporto collaborativo di colleghi compiacenti, inseriti in dinamiche di reciproca agevolazione".
Il giudice parla di "modus operandi consolidato, caratterizzato da prassi condivise e stabilizzate nel tempo, funzionali a garantire una fittizia regolarità delle timbrature e a consentire agli indagati di allontanarsi dal luogo di lavoro per dedicarsi a occupazioni di natura privata, sottraendosi così, in tutto o in parte, alla prestazione lavorativa dovuta".
Particolare rilievo nell'indagine ha avuto la figura di uno degli indagati, Antonino Mercante, supervisore e responsabile della squadra di lavoro, con compiti di coordinamento e "con una collocazione funzionale che - scrive il gip - implicava un più elevato dovere di correttezza, oltre che una particolare capacità di incidenza sull'operato degli altri".




















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