Tutti noi abbiamo da diversi anni una maggiore consapevolezza dei danni che il sole ed i suoi raggi possono provocare. Sono lontani i tempi del mito della tintarella che alimentava modelli estetici oggi superati perché giustamente considerati a rischio di patologie neoplastiche molto gravi come il melanoma.
Ma erano altri tempi l’abbronzatura era spesso associata ad un elevato status socioeconomico. Oggi, al contrario, siamo più attenti alla salute e conosciamo a menadito i filtri solari ed i gradi di protezione. Ma attenzione a non esagerare perché le raccomandazioni finalizzate a ridurre il rischio di tumori della pelle ci possono privare dei benefici derivanti dall'esposizione al sole, primo fra tutti, un adeguato livello di vitamina D.
Come bilanciare allora le due esigenze? Gira nella comunità scientifica anche italiana uno studio condotto negli USA elaborando le abitudini della popolazione che rileva un maggiore rischio di carenza di vitamina D in chi stava sempre all'ombra e portava sempre maniche lunghe, ma non in chi usava schermi solari.
È possibile, infatti, che chi trascorre più tempo al sole e all'aria aperta faccia più frequente uso di questi prodotti, senza scottarsi, ma permettendo alla pelle di produrre la quantità necessaria di vitamina.
Ad oggi non ci sono prove scientifiche valide ma le osservazioni condotte su persone che trascorrevano periodi di vacanza nelle stesse località e si esponevano agli stessi orari e con le stesse modalità non hanno trovato differenze significative nei livelli di vitamina D tra chi usava la crema e chi no, anche se alcuni di questi risultati sono stati ottenuti con prodotti a fattore di protezione 15 (non 30 o 50, come si consiglia oggi), erano sponsorizzati da aziende cosmetiche o avevano altri limiti metodologici.
Anche proteggendosi dal sole, alle nostre latitudini si riceve, nella vita quotidiana, una quantità di radiazioni più che sufficiente. In ogni caso, quando esiste il rischio di sviluppare una reale carenza - o questa viene documentata dal dosaggio di 1,25-diidrossivitamina D -, il rimedio non consiste mai in un'esposizione sconsiderata al sole, i cui svantaggi supererebbero i benefici, ma, se occorre, nell'uso di supplementi, come previsto per i bambini, le donne in gravidanza, gli anziani e le persone allettate o istituzionalizzate.
Per quanto riguarda l'esposizione al sole, non esistono dati precisi su tempi e modalità per garantirsi una esposizione sufficiente a produrre la vitamina D di cui si ha bisogno, ma in genere si ritiene che alle nostre latitudini bastino 10-20 minuti all'aperto nelle ore centrali della giornata, nemmeno tutti i giorni, a viso e mani scoperte.
Anche uno schermo a fattore di protezione 50, come quelli che abitualmente vengono suggeriti, respinge il 98% dei raggi UVB. Questa azione è sufficiente a proteggere la pelle, ma si ritiene possa lasciar passare una quantità di radiazioni sufficiente per catalizzare la produzione della
vitamina D necessaria al benessere dell'organismo.






















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