Importante traguardo per la sanità siciliana nel campo della neonatologia e della medicina trasfusionale. Nell’Unità di terapia intensiva neonatale dell’ospedale Barone Romeo di Patti ha preso il via il percorso clinico previsto da un progetto regionale della Banca del cordone di Sciacca.
L'iniziativa introduce l’impiego di concentrati eritrocitari derivati da sangue cordonale per il supporto trasfusionale dei neonati prematuri di basso peso e nasce da una sinergia strategica tra l’Utin di Patti, diretta da Caterina Cacace, e il Servizio di immunoematologia e medicina trasfusionale della stessa struttura, guidato da Gaetano Crisà (entrambi nella foto).
Il progetto si sviluppa in stretta collaborazione con la Banca regionale del sangue cordonale di Sciacca. Ma perché il sangue cordonale è una svolta clinica nei prematuri? I neonati che nascono prima del termine, specialmente quelli con un peso alla nascita estremamente basso, vanno incontro a frequenti anemie che richiedono ripetuti supporti trasfusionali.
Fino a oggi si è fatto ricorso ai concentrati di emazie da donatore adulto. L'utilizzo del sangue cordonale rappresenta però una svolta clinica di fondamentale importanza biologica, per tre ragioni principali: innanzitutto si tratta della identità biologica ideale. I globuli rossi del cordone ombelicale contengono, infatti, emoglobina fetale, la stessa già presente nell'organismo del neonato prematuro.
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Questa caratteristica garantisce una maggiore affinità e una migliore capacità di rilascio dell'ossigeno ai tessuti in via di sviluppo. C’è poi una importante riduzione del rischio immunologico. Il sangue placentare è immunologicamente immaturo e contiene una quantità nettamente inferiore di linfociti T attivi. Questo riduce drasticamente il rischio di reazioni immunologiche avverse e complicanze infiammatorie tipiche della trasfusione da adulto nei soggetti fragili.
Infine una minore esposizione a donatori multipli. L'elevata concentrazione cellulare e la compatibilità del sangue cordonale permettono di ottimizzare le unità e ridurre il numero di esposizioni a donatori diversi, limitando il potenziale rischio di trasmissione di agenti infettivi o lo sviluppo di anticorpi.
L’obiettivo centrale resta quello di fare rete tra le diverse aziende e strutture sanitarie regionali per mettere a disposizione dei pazienti più fragili e indifesi le migliori conoscenze scientifiche e tecnologie terapeutiche disponibili. L’avvio del percorso a Patti conferma la volontà di investire nell’innovazione organizzativa e nella ricerca clinica sul territorio, garantendo cure sempre più sicure, appropriate e su misura per i neonati prematuri.





















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